Depressione 

post-partum


La maternità è un evento straordinario nella vita di una donna. Dopo nove mesi di gravidanza finalmente il gran giorno arriva e ci si aspetta che venga vissuto come un momento di estrema gioia e serenità. Ma non è sempre così, oltre il 70% delle donne nei giorni immediatamente successivi al parto, presenta una forma lieve di depressione definita "baby blues"o "lacrime di latte"con riferimento allo stato di malinconia che caratterizza il fenomeno e che scompare nel giro di pochi giorni. Nei casi più gravi i sintomi - tra i quali tristezza, malinconia, crisi di pianto, inquietudine, irritabilità, disturbi del sonno, sbalzi d'umore, disturbi alimentari, mal di testa, tachicardia - sono più intensi e duraturi e caratterizzano una condizione diagnosticata come depressione post-partum.
Ma cosa accade affinché un avvenimento che ha in sé tutte le potenzialità per essere un evento pieno di gioia come la nascita di un figlio si trasformi in un periodo così duro? Innanzitutto dobbiamo ricordare che dopo il parto si rompe tutto l'equilibrio biologico instaurato all'inizio della gravidanza. Da un punto di vista ormonale vi è un calo vistoso degli ormoni tiroidei, degli ormoni estrogeni e del progesterone, la riduzione dei livelli circolanti di estradiolo è in grado di determinare un minor rilascio di serotonina a livello del sistema nervoso centrale, l'ipofisi inizia a secernere la prolattina per stimolare la produzione di latte, aumenta la ritenzione idrica, le difese immunitarie tendono a diminuire e questo aumenta la suscettibilità a condizioni di stress. Il corpo della donna avrà bisogno di tempo per recuperare una condizione simile a com'era prima della gravidanza. 
Accanto a fattori biologici che predispongono ad una depressione è molto importante anche considerare il contesto in cui è immersa la neomamma. Il partner riveste un ruolo chiave nell'accompagnare e collaborare con la donna durante e dopo la gravidanza. La percezione di uno scarso sostegno da parte del partner, la mancanza di partecipazione e condivisione delle responsabilità, delle gioie e delle paure può minare pesantemente la serenità della donna; la sua vulnerabilità aumenta maggiormente se isolata dal contesto familiare e in mancanza di un aiuto esterno alla coppia. Ed è proprio la stabilità affettiva della coppia ad essere cruciale poiché, con la nascita del figlio, la coppia coniugale acquista anche il nuovo status di coppia genitoriale e questa rappresenta la più grande crisi transazionale per la coppia. 
Da non trascurare è anche una certa pressione sociale derivata dal contesto culturale in cui viviamo che tende a presentarci un'immagine idealizzata di maternità, che non prevede sentimenti considerati “negativi”, come se fosse un'esperienza uniforme per tutte le donne. Ma la realtà è spesso diversa, il vissuto materno è intimo e soggettivo e l'idealizzazione può ostacolare la donna ad accettare l'ambivalenza dei sentimenti che prova e di conseguenza può aumentare la tensione per essere all'altezza delle aspettative. È importante sdoganare questo luogo comune affinché anche una mamma possa sentirsi libera di esprimere quei sentimenti ritenuti inaccettabili: la gravidanza può essere un evento triste.
D'altronde la nascita di un figlio segna un cambiamento radicale di vita e d'identità e, come tale, può avere delle ripercussioni a livello emozionale.  Avere un bambino implica di colpo il passaggio dal ruolo di figlia al ruolo di madre e questo costituisce una perdita oltre che un guadagno; alcune donne hanno bisogno di molto tempo per completare questo processo. Il parto segna una brusca separazione dal figlio, cresciuto e protetto per nove mesi e improvvisamente la neomamma si trova a fronteggiare una serie di prove e scelte, così è frequente la sensazione d'inadeguatezza, la paura di non essere in grado di prendersi cura, i sensi di colpa, ma allo stesso tempo sentirsi irritata per il pianto del figlio o per il suo rifiuto di mangiare, viversi sbagliata nella convinzione che i figli siano perfetti.
È importante accettare fisicamente ed emotivamente i cambiamenti corporei prima, durante e dopo la gravidanza, riconoscere e concedersi le emozioni come la rabbia, l'egoismo anche se comporta andare contro il mito del genitore perfetto.
Un sostegno psicologico è necessario sia nella prevenzione che nella gestione di questo disturbo. Molto utili in tal senso sono i corsi di preparazione al parto, indipendentemente dalla valutazione dei fattori di vulnerabilità individuale e i corsi sulla genitorialità rivolti alle coppie.


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Il regalo perfetto

C'erano una volta un papà impegnato e un figlio che gli voleva tanto bene.
 
 - "Papà, posso farti una domanda?"
 - "Certo, di cosa si tratta?" 
 - "Papà, quanti soldi guadagni in un'ora?"   
 - "Ma... Non sono affari tuoi. Perché mi fai una domanda del genere?"
  - "Volevo solo saperlo. Per favore dimmelo, quanti soldi guadagni in un'ora?"
  - "Se proprio lo vuoi sapere, in un'ora guadagno 50 euro"
  - "Oh!", con la testa rivolta verso il basso.
  - "Papà, mi presti 25 euro?"
  Il padre si arrabbiò:
  - "La sola ragione per cui me lo hai chiesto è per chiedermi in prestito dei soldi per comprare uno stupido giocattolo o qualche altra cosa senza senso! Adesso tu fili dritto nella tua stanza e vai a letto senza televisione! Pensa al perché stai diventando così egoista! Io lavoro duro ogni giorno e tu dimostri un atteggiamento infantile!"
 
 Il piccolo bambino andò in silenzio nella sua stanza e chiuse la porta.
  L'uomo si sedette e diventò ancora più arrabbiato ripensando alla domanda del figlio:
  - "Come ha avuto il coraggio di farmi una domanda simile... Solo per avere dei soldi?",  pensò.
  Dopo un'ora o poco più, l'uomo si calmò, e cominciò a pensare:
  - "Forse c'è qualcosa di cui ha davvero bisogno e che costa 25 euro. In fondo, non chiede quasi mai dei soldi"
 
 L'uomo andò nella stanza del piccolo bambino e aprì la porta. Chiese a bassa voce:
  - "Stai dormendo?"
  - "No papà, sono sveglio"
  - "Stavo pensando che forse sono stato troppo duro con te. È stato un giorno faticoso per me oggi, scusami. Questi sono i 25 euro che mi hai chiesto"
  Il piccolo bambino si sedette e subito sorrise.
  - "Oh, grazie papà!"
 Da sotto il cuscino il bambino tirò fuori alcune banconote stropicciate. Il papà vedendo che il bambino aveva già dei soldi rimase di stucco. Il piccolo bambino iniziò lentamente a contare i suoi soldi, poi guardò il padre.
  - "Perché vuoi altri soldi se ne hai già?" - chiese il papà.
  - "Perché non ne avevo abbastanza, ma adesso sì! Papà, ho 50 euro adesso. Posso comprare un'ora del tuo tempo? Per favore, vieni a casa prima domani. Mi piacerebbe cenare con te!"
 
 Il padre rimase impietrito. Strinse in un abbraccio il bambino e, con gli occhi gonfi di lacrime, lo implorò di perdonarlo.




Questa breve ma significativa rappresentazione di un momento relazionale tra un padre ed un figlio ben rappresenta una situazione sempre più rappresentativa del momento storico attuale. La generazione genitoriale del nostro secolo è sempre più piegata ed affaticata dai ritmi lavorativi frenetici ed asfissianti, con salari sempre più bassi spesso ottenuti trascorrendo intere giornate fuori casa.
In questo scenario, accanto alla fatica e frustrazione dei genitori spesso si associa la tristezza dei figli, sempre più soli e desiderosi di quella relazione con le figure d'accudimento così importante per la loro crescita. 
 Tutto questo può rendere un genitore non solo stanco, ma anche sofferente a causa dei profondi sensi di colpa che tale condizione li costringe a vivere: da un lato il dover provvedere al mantenimento della famiglia nei suoi bisogni concreti e dall'altro riuscire a fornire ai propri figli quell'accudimento emotivo di cui necessitano per crescere.
Quando arriva il Natale, la frustrazione può diventare ancor più forte in tutti quei genitori e quelle famiglie che si trovano a vivere problemi economici che rendono difficile se non impossibile soddisfare i desideri dei figli, facendo trovare loro sotto l'albero il regalo richiesto nella lista dei desideri di babbo Natale.
Ma come la semplice fiaba riportata all'inizio mette in luce, l'attaccamento alle cose materiali, non è qualcosa di innato nei bambini. Un bambino, infatti, tende a rispondere prevalentemente agli stimoli dell'ambiente circostante, a partire dalla società, certo, ma prima di tutto a quelli della sua famiglia. I bambini fino ad una certa età comunicano prevalentemente attraverso l'empatia e sono dotati di una sorprendente capacità di toccare il cuore delle cose andando oltre la superficie.
A partire da tali premesse, ciò che è fondamentale per ogni bambino è la relazione con i suoi genitori: trascorrere del tempo con loro può allora diventare il più grande regalo da mettere sotto l'albero. 
Perché ad esempio non scrivere un biglietto di Natale da far trovare al posto dei regali con su scritto: "ti regalo il mio tempo, da usare come vuoi". È cosi che un semplice giro tra le luci e gli addobbi di Natale al centro della propria città, con una buona cioccolata e il giusto clima affettivo potrebbe diventare il più bel regalo possibile, di quelli da ricordare negli anni a venire.
Allo stesso modo anche una semplice giornata a casa sarà preziosa, basta ricordare alcune semplici regole: spegnere il telefono e dedicare la propria attenzione a fare qualcosa con il/i bambini. I bambini si accorgono subito di una finta attenzione e inizieranno ad annoiarsi o peggio ancora ad arrabbiarsi. Se il tempo trascorso insieme sarà invece autentico, basterà fare un dolce o un disegno insieme per creare un'esperienza preziosa. 
Nessun gioco del mondo, neanche il più costoso, avrà mai più valore del tempo trascorso con mamma e papà. 
 
Buone feste dallo staff di Psicopro
 
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Come cambia la coppia quando arriva un figlio

Un meraviglioso uragano

 
Si era in due e ora si è in tre e quel “tre” cambia tutto. L’arrivo di un figlio costituisce un evento dirompente nella vita di una coppia, un nuovo elemento che scompiglia tutte le carte. 
 Si tratta per la maggior parte dei casi del risultato di una scelta consapevole e della realizzazione di un progetto di coppia ma si tratta ad ogni modo di un evento profondamente trasformativo. 
 La nascita di un figlio ha un impatto significativo sulla relazione coniugale e tale effetto può essere positivo o negativo: la coppia può sentirsi saldata, cementificata dall’aggiunta di un nuovo membro e da quel senso di coesione familiare che si va formando nell’accudire il bambino o, al contrario, può vacillare. 
 Entrambi i neo-genitori possono incontrare difficoltà ad adattarsi ai molti e complessi compiti dell’essere madre e padre, ai cambiamenti significativi nello stile di vita, alla necessità di trovare un nuovo posto all’interno della propria famiglia di origine. Improvvisamente, infatti, i membri della coppia non sono più solamente “figli”, ma diventano genitori a loro volta. Questa transizione apparentemente ovvia comporta in realtà l’esigenza di ridefinire ruoli e confini che andranno negoziati al fine di garantire alla coppia il giusto spazio per la creazione di un nuovo nucleo familiare che godrà del supporto e sostegno delle famiglie di origine di ognuno senza tuttavia esserne invaso. 
La rinegoziazione dei ruoli e dei confini con la propria famiglia di origine è certamente una sfida fondamentale che i neo-genitori devono portare a termine, ma non è l’unica. 
 Il livello di cure che un bambino richiede può apparire estenuante, totalizzante e far sentire il genitore privato della facoltà di disporre del proprio tempo. D’altro canto il legame intenso e fatto anche di ambivalenza, che si stringe con il bambino può essere gratificante e, quando condiviso con il proprio partner, può diventare motivo di coesione e di affiatamento per la coppia. 
 Quando uno dei due membri della coppia è maggiormente coinvolto nel rapporto con il bambino, un rapporto tanto intenso che somiglia alla fase di innamoramento, l’altro può sentirsi escluso, solo e non necessario, un vissuto pericoloso che può portare al ritiro e al disinvestimento. Imparare a condividere non solo i compiti relativi alla cura del bambino ma anche dubbi, insicurezze, paure, gioie e scoperte dell’essere genitori, diventa allora fondamentale per garantire alla coppia di affacciarsi a questa nuova fase della vita senza perdere la dimensione, fondamentale, della coppia. 
Non ultimo, i membri della coppia devono costruire una nuova immagine di sé che comprenda anche l’essere genitore. Si tratta di funzioni che si costruiscono a  partire dal tipo di cure ricevute in infanzia e che si arricchiscono nell’esperienza con il bambino. Una rielaborazione del rapporto avuto con  i propri genitori aiuterà a costruire un proprio modo di esercitare la genitorialità che integri somiglianze e differenze e diventi personale e autentico. 

In quei casi in cui la coppia sente di non riuscire a portare avanti questi compiti evolutivi necessari per il loro benessere e quello del bambino, una consulenza di coppia può costituire il sostegno necessario per scoprire e sbloccare le risorse presenti per far sì che la coppia si riappropri di questa emozionante avventura senza che le difficoltà la facciano sentire schiacciata. 


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Riflessioni sul Black Friday 

Iniziato negli Stati Uniti d’America negli anni 80, il BLACK FRIDAY si è diffuso in Europa arrivando anche in Italia. Anche qui, seppur in misura minore, si assiste ad un aumento vertiginoso degli acquisti effettuati nella giornata di Venerdì e nei giorni precedenti e successivi (la cosiddetta Black Week), con scene ai telegiornali che ricordano disastri ambientali che costringono la folla a muoversi in massa. Eppure qui non è il pericolo a muovere le folle ma la possibilità di acquistare che diviene una vera e propria necessità. 

 COSA INCIDE SU QUESTA NECESSITÀ? Perché sentiamo il bisogno di acquistare articoli di cui non abbiamo bisogno e proprio in quei giorni in cui, in realtà, gli sconti non sono nemmeno così convenienti?

 Sicuramente le strategie di mercato aiutano: quell’offerta sembra particolarmente vantaggiosa, irripetibile.. Ma perché il resto dell’anno riusciamo ad adoperare il senso critico sufficiente a riflettere su quell’acquisto mentre in questi giorni risulta sospeso?
·        Bisogno di appartenenza: Il Black Friday è diventata un’occasione sociale e come tale sentiamo il desiderio di farne parte. Come fenomeno di massa, la dimensione di gruppo assume una particolare rilevanza e ci sentiamo in dovere di partecipare, di non rimanere soli, esclusi dalla condivisione di quell’esperienza.
·        Voglia di rivalsa: la possibilità di acquistare un articolo di un marchio rispetto al quale si è avuta una percezione di non equità. Si collega strettamente al punto precedente in quanto quegli articoli, non acquistati perché ritenuti fuori dalla nostra portata, sono anche gli articoli che ci troviamo a desiderare per “sentirci parte” del gruppo, presentato come vincente, che ne fa utilizzo.
·        Ricerca di felicità e gratificazione: gli acquisti sono profondamente influenzati dalle nostre emozioni e la percezione che abbiamo nello stato di euforia collettivo del Black Friday è che quel particolare articolo sarà in grado di renderci felici, di regalarci quella gratificazione che cerchiamo in altri contesti senza riuscire a raggiungerla.


La sensazione di appagamento dura sfortunatamente ben poco e ci si ritrova ad aver la casa piena di oggetti che non servono o che abbiamo già in grande quantità, circondati da cose effimere ben inadeguate a colmare il vuoto, la solitudine, la tristezza che originariamente ci ha portato, senza che ne avessimo consapevolezza, ad acquistarle. 


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Autostima: eccessiva o assente, due facce della stessa medaglia?


Partiamo dalla definizione di autostima.
 
 L'autostima è un processo soggettivo e duraturo che porta la persona a valutare e apprezzare se stesso, tramite l'auto approvazione del proprio valore personale; tutto ciò si fonda su auto percezioni.
La parola autostima deriva dal termine “stima”, ovvero la valutazione e l'apprezzamento di sé stessi e degli altri.

Negli anni sono stati condotti numerosi studi sull'autostima, un esempio tra questi è la ricerca del noto William James (1842-1910) il quale definisce l'autostima come il rapporto tra sé percepito e sé ideale.
Il primo è la considerazione che un individuo elabora su di sé in base alle caratteristiche che dal suo punto di vista sono presenti o assenti all'interno della sua vita, il secondo è invece l'idea di come vorrebbe essere.

Ma come possiamo riconoscere nelle azioni di ogni giorno la mancanza di autostima?

Di seguito un elenco delle manifestazioni più comuni:
 
1- sensazione di essere poco amati e compresi;
2- paura del giudizio degli altri;
3- sentimento di inferiorità rispetto all'altro e alle situazioni sociali, che tendono ad essere evitate per paura di non esserne all'altezza, anche se alla base c'è la volontà di parteciparvi;
4- paura delle critiche altrui, che vengono vissute come segnale di difetto personale;
5- le critiche sopra citate, diventano dubbi su se stessi e sulle proprie capacità.
 
Quali sono, invece, le conseguenze della mancanza di autostima?
 
Tra le più frequenti:
 
allontanarsi dagli altri;
tendenza alla gelosia morbosa e al controllo smisurato dell'altro;
auto sabotaggio rispetto ai traguardi prefissati per il proprio futuro;
necessità costante di ricevere un riconoscimento dall'altro (l'altro diventa fonte di informazioni su di me);
paura di esprimere il proprio parere;
incapacità di stare da soli, bisogno costante di “stare in compagnia”;
auto riferirsi la causa di eventi esterni;
senso di colpa costante;
rabbia generalizzata.
 
L'autostima quando non è in equilibrio, quindi è troppo sbilanciata verso l'alto (manie di grandezza, esibizionismo smoderato) o verso il basso (perenne senso di inefficacia personale), ci sta segnalando un disagio che va ascoltato.
 
Il primo passo verso il cambiamento è avere la consapevolezza di volersi migliorare, conoscere e ascoltare.
Anche se in genere si tende,perdendo di vista le proprie esigenze, a normalizzare e a non voler vedere le proprie difficoltà.
Contattare un professionista è la decisione che da inizio ad un percorso di crescita, consapevolezza e cura della propria persona.


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Fobia Sociale

Quando la paura del giudizio diventa una prigione

 

Molto comune tra i disturbi d’ansia è la Fobia Sociale o Disturbo D’Ansia Sociale, che può essere descritto come eccessiva paura con conseguente evitamento di qualsiasi situazione che esponga l’individuo al possibile giudizio degli altri, nel timore irrazionale di apparire ridicolo, imbarazzato o di agire in modo inopportuno e umiliante.
Insorge generalmente tra i 15 e i 20 anni e interessa maggiormente le donne rispetto agli uomini.

Come si manifesta?
I sintomi che l’accompagnano sono quelli tipici di una crisi ansiosa: tachicardia, sudorazione, dispnea, irrequietezza, debolezza muscolare, tremori, vampate di calore, nausea, vertigini, ecc... I sintomi ansiosi possono talora essere codificati come rischiosi per la vita e prendere, in questo caso, la forma di un Attacco di Panico.
Durante la crisi d’ansia la tensione e la distraibilità aumentano a tal punto da rendere difficile per il soggetto l’utilizzo delle proprie capacità sociali e determinando una riduzione della performance. In seguito al ripetersi di queste esperienze spiacevoli si manifesta la progressiva tendenza ad evitare tutte le situazioni percepite come pericolose e con il tempo ciò interferisce sensibilmente con il funzionamento sociale e lavorativo (o scolastico).

Quali sono le situazioni più temute?
I soggetti che soffrono di Fobia Sociale hanno una paura intensa e pervasiva di svolgere qualsiasi attività quotidiana in cui siano osservabili da altri. Si tratta quindi delle circostanze più disparate: parlare in pubblico, intervenire in una riunione di lavoro, partecipare ad una festa, ballare, parlare con uno sconosciuto, chiedere informazioni, ma anche telefonare, scrivere, mangiare o anche semplicemente entrare in una sala in cui siano presenti altre persone. Queste situazioni vengono evitate o sopportate con notevole disagio.

Come si sente chi soffre di Fobia Sociale?
Vergogna, impotenza, rabbia, sono le emozioni più frequentemente associate. Esse sono legate alla paura di essere giudicati sciocchi, noiosi, deboli, impacciati, stupidi, inadeguati e si accompagnano a pensieri disfunzionali come: “Sarò respinto”, “Nessuno mi rivolgerà la parola”, “Rideranno di me”, ecc… Inoltre le persone che soffrono di Fobia Sociale temono di manifestarne visibilmente i “segni”, ad esempio di diventare rosse in volto, di tremare, di balbettare, di sudare, oppure di restare in silenzio senza riuscire a parlare con gli altri, senza avere la battuta pronta.
Ma quando non è coinvolto nella situazione temuta il soggetto riconosce l’irragionevolezza della paura che lo condiziona e si autocolpevolizza e rimprovera per non riuscire a fare ciò che tutti fanno.
Tutto questo contribuisce ad alimentare un sentimento di inferiorità e inadeguatezza.

Conseguenze della Fobia Sociale
Tanto l'evitamento delle situazioni fobiche quanto l’estremo disagio con cui possono essere sopportate interferiscono con le abitudini della persona che si sente demoralizzata e frustrata per l'impossibilità di condurre una vita normale.
La Fobia Sociale non va in contro a remissione spontanea bensì, se non affrontata, ha un andamento cronico e progressivo, con la possibilità di sfociare in altri disturbi come la Depressioneo il Disturbo Da Abuso di Sostanze e di Alcol.
È perciò importante, per fronteggiare i sintomi, parlarne con un professionista con il quale iniziare un percorso terapeutico che passi attraverso un’accurata riflessione sul proprio vissuto emotivo e sulle modalità di relazione con il mondo e con gli altri, apprese fin dall’infanzia e nel proprio contesto di vita.


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Elaborare il lutto per tornare a vivere


Nell'arco della vita ci si trova ad affrontare prima o poi eventi particolarmente stressanti con un impatto molto forte sul benessere quotidiano, tanto da richiedere la completa riorganizzazione delle proprie abitudini e degli equilibri personali e familiari.
Ci sono tappe obbligate nell'intero ciclo di vita delle famiglie come l'arrivo di un figlio o la sua uscita di casa, una separazione coniugale, il pensionamento e non ultimo la morte di un parente o un coniuge.
Quest’ultimo nello specifico costituisce un evento molto potente e distruttivo, che in alcuni casi assume le caratteristiche di un trauma e che richiede una totale riorganizzazione di equilibri personali e familiari; ma approfondiamo nel dettaglio l’evento luttuoso e possibili soluzioni per farvi fronte.
Non tutti i lutti sono uguali e si differenziano sicuramente in primo luogo per le modalità con cui sopraggiungono: È diverso trovarsi di fronte ad un lutto preannunciato da una lunga malattia piuttosto che un incidente improvviso. Nel primo caso, lo straziante dolore di accompagnamento alla morte del proprio caro, consentirà per certi versi una lenta e profonda accettazione e preparazione all'evento. Inoltre il tempo di attesa spesso offre la possibilità di creare momenti di condivisione molto profondi con il caro morente, un confronto a "carte scoperte" che si rivelerà molto utile nel processo successivo di elaborazione del lutto.
Diversamente quando la morte è un evento inatteso, spesso la mente si trova costretta ad attivare una serie di strategie di sopravvivenza che permettano di sostenere e tollerare notizie tanto dolorose. Una difesa utilizzata ad esempio potrebbe essere un congelamento emotivo, che dia la sensazione al soggetto di sentirsi in una bolla senza provare alcun dolore. Le persone che vivono reazioni di questo tipo riportano tale situazione con molta vergogna e senso di colpa dicendo di sentirsi anomali ed insensibili.
È importante in realtà comprendere che si tratta di una strategia difensiva che si ritirerà spontaneamente nel momento in cui il soggetto sarà sufficientemente forte da poter sostenere emotivamente l'accaduto. Tali difese però se da un lato costituiscono un fattore di protezione, spesso vanno incontro ad un blocco rendendo complicato poter accedere e portare avanti il processo di elaborazione del lutto. Tale processo, della durata media di 18 mesi, è fondamentale per la ripresa di uno stile di vita normale ed è costituito da tappe specifiche identificate nel 1982 da Bowlby:

·         Fase della negazione in cui il soggetto non accetta la realtà della perdita. Tale rifiuto comporta una forte protesta e stordimento <<non è vero>> << adesso ritorna>>
·         Fase della ricerca della persona deceduta che viene profondamente e continuamente desiderata
·         Fase della disperazione: poiché tale ricerca e desiderio non portano risultati ciò produce una profonda disorganizzazione interna
·         Fase di riorganizzazione in cui il dolore si riduce e vi è un lento ritorno alla vita.

In generale è di fondamentale importanza potersi dare il tempo necessario per affrontare il proprio dolore, senza avere fretta di tornare alla normalità. Poter vivere le proprie emozioni ed esternarle fino in fondo si dimostra spesso una scelta ottimale e consigliabile, ma chiaramente non sempre possibile. Reprimere d’altra pare può essere deleterio; infatti il processo di elaborazione del lutto può riattivarsi in modo diverso, con conseguente creazione di un blocco anche in fasi successive della propria vita specie quando non vi è una reale elaborazione emotiva. Tali situazioni spesso riaffiorano in concomitanza di eventi importanti condizionandone il corretto andamento: ad esempio possono divenire ostacolo nell'instaurarsi di nuove relazioni per paura della perdita o anche interferire nella relazione con i propri figli. In questi e altri casi è importante cercare un sostegno esterno da professionisti specializzati che possano accompagnare il soggetto in questo complesso e doloroso cammino aiutandolo a recuperare progettualità e fiducia nel futuro.



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La dipendenza affettiva


Cos'è e come agire per uscirne
Sviluppare una sana relazione affettiva rende felici e grati di poter condividere la propria vita in compagnia di un’altra persona. In queste relazioni entrambi i partner si sentono riconosciuti e valorizzati, accettati per quello che sono, sostenuti quando hanno bisogno di aiuto, facilitati nel percorso di sviluppo personale; presente la capacità di generare un equilibrio tra la relazione di coppia e le relazioni esterne alla coppia. Quando viene riconosciuto reciprocamente il diritto dell’altro a prendersi cura della propria indipendenza e ciascuno dei partner si sente libero di prendere delle decisioni per sé, fare delle scelte, esprimere la propria diversità all’interno della coppia.
Quali caratteristiche ha una relazione di dipendenza affettiva?
Una relazione di dipendenza affettiva invece è caratterizzata da una ripartizione del potere interpersonale non equa all’interno della relazione tra i partner: spesso si configura come una relazione tra una persona alla quale viene riconosciuto un potere molto forte ed un’altra che accetta la subordinazione a tale potere.
Una persona con una tendenza alla dipendenza quando ne incontra un’altra con una forte tendenza narcisistico-seduttiva rischia di accettare la subordinazione al potere dell’altro e di conseguenza sottomettersi incondizionatamente; pagando con la propria autonomia e libertà personale, lo sfruttamento emotivo e/o fisico da parte dell’altra persona.
La persona con tratti dipendenti rischia di delegare il proprio benessere e il proprio equilibrio personale all’altro e di non riconoscere legittimità a sé stessa e alle proprie esigenze personali.
Come avviene per altri tipi di dipendenze, anche la dipendenza affettiva è caratterizzata da vere e proprie crisi di astinenza, che vengono sperimentate in assenza del partner e che portano la persona dipendente a ricadere con facilità all’interno della relazione “tossica”.
Per tale motivo è molto difficile per la persona con tratti dipendenti, anche solo ipotizzare una via d’uscita da tale relazione.
Chiederà aiuto ad un professionista, soltanto quando si troverà in una situazione estrema o di evidente pericolo.
Come è possibile liberarsi da una dipendenza affettiva e ritrovare il proprio sé?
Sviluppando la propria assertività e la propria autostima.
Mettendo in contatto la persona con le proprie esigenze e la propria volontà.
Restituendole la capacità di riconoscere e legittimare le proprie emozioni, in modo tale da  riappropriarsi giorno dopo giorno del valore che merita. 
 
Affidarsi alle cure di un professionista specializzato può essere il primo passo per iniziare tale percorso di riappropriazione. 
 
 
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Attacco di panico

I segnali da ascoltare

 L'attacco di panico è un disturbo molto frequente e interessa fino all'11% della popolazione generale. Esordisce più frequentemente nella tarda adolescenza o nella prima età adulta e colpisce maggiormente le donne rispetto agli uomini.
 
Quando parliamo di attacco di panico?
Innanzitutto può essere utile fare chiarezza sull'uso della terminologia.
Per paura s'intende l'emozione che si genera in risposta ad uno stimolo percepito come pericolo. A fronte di questo il sistema nervoso autonomo prepara l'organismo alla situazione d'emergenza, predisponendolo ad atteggiamenti di lotta e fuga.
Con il termine ansia possiamo definire uno stato di tensione, inquietudine e incertezza, che insorge in assenza di uno stimolo reale o sproporzionato rispetto allo stimolo scatenante.
Ciò che distingue l'ansia dalla paura è il fatto che quest'ultima è solitamente episodica e il pericolo è identificabile, mentre l'ansia è un disagio pervasivo e lo stimolo vago e non riconoscibile.
Parliamo di attacco di panico riferendoci ad un episodio d'ansia acuto durante il quale uno o più dei seguenti sintomi si sviluppa improvvisamente e raggiunge il picco nel giro di dieci minuti:

Palpitazioni, cardiopalmo o tachicardia
Sudorazione
Tremori fini o a grandi scosse
Dispnea o sensazione di soffocamento
Sensazione di asfissia o nodo alla gola
Dolore o fastidio al petto
Nausea o disturbi addominali
Sensazioni di sbandamento, di instabilità, di testa leggera o di svenimento
Derealizzazione (sensazione di irrealtà) o depersonalizzazione (essere distaccati da se stessi)
Paura di perdere il controllo o impazzire
Paura di morire
Parestesie (sensazione di torpore o formicolio)
Brividi o vampate di calore

La spirale dell'attacco di panico.
L'attacco di panico si può manifestare anche con agorafobia (dal greco "paura della piazza") ossia la paura di trovarsi in luoghi o spazi aperti e/o affollati, dai quali sarebbe difficile o anche imbarazzante allontanarsi o nei quali potrebbe non essere disponibile un aiuto nel caso di un attacco di panico. Le situazioni che più comunemente vengono evitate da una persona che soffre di agorafobia sono: uscire o stare a casa da soli; guidare o viaggiare in automobile, frequentare luoghi affollati come mercati o concerti; prendere l’autobus, il treno o l’aeroplano; essere su un ponte o in ascensore. Questi evitamenti a lungo andare portano a modificare radicalmente il proprio stile di vita, compromettendone le attività quotidiane ed il funzionamento socio-lavorativo. 
I periodi tra un attacco e l’altro sono caratterizzati da un’ansia cronica, la cosiddetta ansia anticipatoria, la costante preoccupazione che si ripresenti un altro attacco di panico.
Inoltre i soggetti che soffrono di attacchi di panico frequentemente si preoccupano delle possibili conseguenze per la propria salute, fino ad arrivare a convincersi di avere una malattia incurabile e non diagnosticata, nonostante i ripetuti controlli medici a cui si sottopongono diano esito negativo.

Ma che significato ha l'attacco di panico? Cosa ci sta comunicando il corpo attraverso questo sintomo? Quale significato relazionale ha e che funzione svolge in questo momento della nostra vita? Per poter rispondere a queste domande e affrontare questo disturbo è importante rivolgersi ad un professionista e pensare di iniziare un percorso psicoterapeutico.


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Depressione: il primo passo è conoscerla

 

 Troppo spesso al giorno d’oggi si fa fatica a parlare liberamente di depressione, un concetto che può apparire spaventoso e suscitare paura richiamando alla mente l’idea di un tunnel senza uscita. Questo atteggiamento rende difficoltoso riuscire ad aprirsi e confidarsi o addirittura chiedere aiuto.
 Al contrario, parlare ed aprirsi con qualcuno rappresenta una prima possibilità importante per chi vive tale condizione. 
 Ma prima di addentrarci nelle soluzioni possibili è necessario fare chiarezza su un concetto di cui si parla molto, ma fondamentalmente poco conosciuto. Per prima cosa è necessario differenziare la depressione vera e propria o DEPRESSIONE MAGGIORE, da un momento particolarmente difficile della nostra vita che può generare uno stato diffuso di tristezza e stress transitori, così come situazioni di crisi personale tipiche di fasi specifiche della vita. Tali situazioni, seppur dolorose e limitanti, hanno come caratteristica fondamentale quella di essere transitorie e pur interferendo in diverse aree della vita quotidiana, non hanno il potere di stravolgerla completamente. Tali circostanze traggono beneficio da un aiuto esterno, ma per loro natura possono anche elaborarsi spontaneamente dopo un periodo relativamente breve.
 Quando parliamo di depressione invece, la situazione assume caratteristiche ben diverse, divenendo sicuramente molto più articolata e complessa. La depressione maggiore rientra nella categoria più ampia dei disturbi dell’umore ed ha come caratteristica fondamentale quella di durare nel tempo (più di un anno) senza riuscire a trovare una risoluzione spontanea, creando un’importante limitazione e stravolgimento della vita di chi ne soffre. 
 In linea generale il segno con cui si manifesta è rappresentato da una perdita di interesse ed energie che impediscono al soggetto di impegnarsi, investire e progettare attività ed esperienze vitali, lasciando il posto ad una totale inerzia, indifferenza e disinteresse nei confronti del mondo.
 Vediamo nello specifico quali sono i principali sintomi che caratterizzano la depressione.
 Accanto all’umore depresso e perdita di interesse e piacere verso le cose si manifestano almeno 4 dei 7 seguenti sintomi:
Disturbi del sonno (insonnia o eccessivo bisogno di sonno)
Perdita/aumento di appetito con rispettivo calo/aumento di peso
Rallentamento psicomotorio/agitazione
Faticabilità e mancanza di energie
Sensazione di essere indegni, sensi di colpa eccessivi e autosvalutazione
Difficoltà di concentrazione
Pensieri di morte o ideazione suicidaria
Tali segni di sofferenza spesso interferiscono in modo significativo nella vita del soggetto, che sperimenta senso di vuoto e tende a chiudersi in Se stesso e ad isolarsi.
 In realtà il primo passo più importante da fare è proprio quello di aprirsi e parlare con qualcuno della propria condizione poiché la comunicazione e condivisione hanno come effetto quello di diminuire il profondo senso di solitudine ed estraneità che il soggetto depresso sente dentro di Sé. Parallelamente è molto importante chiedere aiuto a professionisti specializzati nel settore che sapranno strutturare il percorso terapeutico più adatto alle necessità del paziente.
 Dalla depressione si può uscire.

 

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Tricotillomania

Un fenomeno poco conosciuto ma molto frequente tra le manifestazioni ansiose



Soffrire di Tricotillmania significa non riuscire a resistere all’impulso di strapparsi settorialmente i capelli, più raramente i peli, tanto da causare una rarefazione nella distribuzione con la comparsa di chiazze. La mancanza di capelli in alcune aree del cuoio capelluto fa sì che la tricotillomania venga confusa con “l’alopecia areata” da cui però si distingue in quanto l’alopecia è causata dalla perdita dei capelli senza che questa sia dovuta dall’azione di strapparli.
Diffusamente, coloro che soffrono di Tricotillomania compiono ripetutamente l’azione di arrotolare le dita intorno al capello per poi strapparlo, ma possono concentrarsi anche su ciglia, sopracciglia, andando a modificare il proprio aspetto in modi non completamente reversibili. 
 
Di Tricotillomania soffre l’1-2% della popolazione secondo uno studio del 2014 ed è maggiormente frequente nel sesso femminile (con un rapporto maschi:femmine = 1:10).
Nei manuali diagnostici, la Tricotillomania rientra nei Disturbi d’Ansia.
Alla base della compulsione di strapparsi i capelli, vi è un’Angoscia che necessita di un’appropriata esplorazione in un percorso terapeutico affinché si possa intervenire da un lato sull'alleviamento dei sintomi, dall'altro sulla ricerca del significato che quella compulsione ha avuto. 
Le persone che soffrono di Tricotillomania sono solitamente persone che soffrono di insicurezza, preoccupazione, che si accostano alla vita con paura e con aspettative negative. Sono individui che raramente si concedono di raggiungere ciò desiderano, bloccati dalla paura legata al desiderio. 
 
 Si tratta di una condizione che insorge in età prepuberale ma che può continuare anche in età adulta. Proprio per le sue caratteristiche “autoconsolatorie” rispetto ad un’ansia profonda e spesso non percepita,  lo strappamento dei capelli diventa un modo per fronteggiare tutte le situazioni che determinano stress e ansia, per confrontarsi con la credenza di non avere le risorse necessarie. 
 Chi soffre di Tricotillomania riferisce che nel comportamento compulsivo di strapparsi i capelli il vissuto è quello di perdere il contatto con la realtà, di rilassarsi e di arrivare ad un’anestesia.  
Quando la sintomatologia è severa e determina un deturpare il proprio aspetto fisico, avviene la vera e propria rinuncia degli aspetti vitali: la persona che soffre di Tricotillomania sceglie di evitare attività piacevoli e, dunque, di limitare le situazioni “sociali” di condivisione e di scambio con altri individui dai quali si sente giudicato. 
 E’ in questa ottica che il contesto in cui l’individuo vive assume una rilevanza specifica: il contesto familiare può infatti inavvertitamente sostenere e mantenere il sintomo. 
 Nella fascia d’età in cui la Tricotillomania si sviluppa, è imprescindibile una presa in carico che tenga conto della famiglia e la includa, ove possibile, nel trattamento che dovrà essere volto ad esplorare quei nuclei d’angoscia tenuti a bada dal sintomo. 
 

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